25 aprile 2010

Allocuzione tenuta sulla piazza del paese di Chatillon
in occasione della festa del XXV Aprile nell'anno 2010.
Oggetto: la commemorazione del martire don Prosper Duc


(discorso pronunciato a braccio e trascritto sulla base degli appunti dello stesso autore)

 

 

Buongiorno a tutti.
Ringrazio il senatore Dujany, le varie autorità e il comitato promotore di questa celebrazione per
avermi dato l'opportunità di ricordare la figura di mio zio, don Prospero Duc.
Il mio intervento sarà costituito da alcune brevi note biografiche e ovviamente dalla memoria degli
avvenimenti che condussero al suo omicidio. Nel fare ciò sarò per forza breve, dato che don Prosper
è stato assassinato all'età di 30 anni, e riassumere 30 anni di vita, per noi che ormai ne abbiamo
diversi di più, è una cosa fin troppo veloce.
Ma dato che si tratta di vicende ormai un po' lontane nel tempo e che quasi tutti i protagonisti,
intendo i membri della famiglia Duc, sono quasi tutti scomparsi ad eccezione di mia mamma, che
era la più giovane, vorrei alla fine dell'intervento soffermarmi su alcuni aspetti che ritengo le
biografie ufficiali non abbiano sottolineato abbastanza.


Don Duc era nato il primo gennaio 1915 qui a Chatillon, in quella casa di fronte a me, quella con lo
stemma sotto la falda del tetto. Si trattava di una famiglia numerosa: oltre a lui, 6 sorelle e 2 fratelli,
come era normale a quei tempi. Era una famiglia profondamente cattolica. Prima di lui, in quella
casa, era nato Mgr. Auguste Duc (che era un suo prozio), che tutti ricordiamo come una delle figure
più eminenti della cultura valdostana del XIX secolo.
Aveva anche altri parenti nel clero: il canonico Pierre-Etienne, storico e segretario del già nominato
vescovo; inoltre uno zio per tanti anni parroco ad Hone ed una zia da parte materna suora presso il
convento di San Giuseppe ad Aosta.
Si trattava di una famiglia non ricca, ma che poteva contare su una sufficiente solidità economica,
per lo meno secondo quelli che erano gli standard dell'epoca.
A tempo debito il giovane Prosper Duc iniziò gli studi presso il Seminario di Aosta.


Chi ha l'occasione in questi giorni di passare dalla Biblioteca di Aosta, potrà ammirare una mostra
fotografica riguardante il canonico Bréan, anch'egli figura di spicco della Resistenza.
Ebbene in una delle foto esposte vedrete i seminaristi dell'immediato pre-guerra: si tratta degli
ultimi esempi di quel clero valdostano di stampo ottocentesco, che con il loro carisma e il loro peso
intellettuale hanno avuto una parte importante nella vita delle nostre comunità, delle quali sono stati
via via delle guide spirituali, culturali, politiche e talvolta anche scientifiche.
Tra gli altri potrete riconoscere naturalmente il canonico Bréan, a cui la mostra è dedicata, don
Eugenio Brunod, don Giulio Rosset e naturalmente don Prosper Duc.


Dal novembre del 1940 don Duc è nominato viceparroco a Morgex.
Il suo interesse pastorale, che lo caratterizzerà per tutta la sua breve parabola sacerdotale, è
orientato ai giovani e per fare questo si è subito avvalso delle novità tecnologiche del tempo,
utilizzando il teatro e il cinematografo in oratorio.
So che una simile affermazione può far sorridere i ragazzi qui presenti, abituati a ben altre
tecnologie, ma bisogna pensare che a quei tempi il cinema, per dei ragazzi di un piccolo paese, era
una cosa assolutamente nuova, perfettamente adatta ad entusiasmarli e a toglierli, come si suol dire,
dalla strada.
Dall'ottobre del 1941 è nominato parroco a Chesallet, vicino a Sarre, dove continua la sua opera con
lo stesso stile che si era dato.
Siamo però già in piena guerra. Dalla sua parrocchia passano sovente gli intellettuali antifascisti (in
particolare Bréan e Chanoux) e, successivamente, i partigiani. Talvolta lo stesso don Duc raggiunge
nottetempo gli avamposti partigiani per celebrare le esequie di qualche combattente caduto.


E siamo già all'epilogo, tutto imperniato sulla spirale di odio che solo la guerra riesce a rendere così
terribile.
Ricordo l'antefatto che poi generò l'azione criminale.
Il 2 e 3 aprile 1945, nella zona di Chesallet i partigiani arrestano e fucilano due militi fascisti.
La risposta dei militi fascisti è l'arresto di 35 civili sorpresi nelle loro abitazioni.
Don Duc si propone subito come mediatore con il comando fascista e soprattutto con quello
tedesco, che, forte della sua maggiore autorità impone ai fascisti di liberare gli ostaggi.
Il 19 aprile un commando di quattro persone irrompe in canonica, prendendo in ostaggio la sorella
del parroco, Rosina, dato che don Duc si è prudentemente nascosto in cantina. Alle grida di
minaccia di uccidere la donna, egli esce dal suo nascondiglio e viene abbattuto sul posto da una
raffica di mitra.


(segue una breve interruzione per un momento di commozione e un applauso)


Ora, come ho detto all'inizio, vorrei approfittare del fatto che sono presenti degli studenti della
scuola media intitolata a don Duc per andare un po' oltre il fatto in sé, che, per la cronaca, si è
concluso con l'arresto di tre dei colpevoli. Il quarto, il comandante della spedizione, ha preferito
farsi uccidere in uno degli ultimi scontri a fuoco a guerra ormai finita.
C'è stato un processo in cui i colpevoli sono stati condannati a pene relativamente lievi (8-10 anni di
carcere, non ricordo precisamente) e questo perché la famiglia Duc, in particolare la sorella Rosina,
in sede processuale ha concesso il suo perdono agli assassini del fratello.
Vorrei invitare i ragazzi a riflettere su questo particolare di un fatto del passato e su ciò che invece
stiamo vivendo adesso, quando basta accendere la televisione per sentire persone che gridano “io
non perdonerò mai!”.
Pensate a quanto coraggio ci vuole per perdonare gli assassini del proprio fratello e a quanto poco
ne serve per reagire con pari violenza...
Stiamo vivendo un momento in cui questo passato che oggi ricordiamo diventa sempre più
scomodo, perché parliamo di chi è morto per la libertà, l'uguaglianza e la giustizia, mentre ora c'è
chi semina divisione: chi parla di nuovo di razze diverse, di chi ha il cognome giusto e chi no, di chi
ha il passaporto giusto e chi no.
Allora io vorrei che oltre al sacrificio di don Duc, ricordassimo anche la sua famiglia, che con la
forza della non violenza ha dimostrato nei fatti che un altro modo di vivere è possibile.


Chatillon 25 aprile 2010